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Biocarburanti: troppi costi. Finisce così l’alternativa al petrolio?

Biocarburanti: troppi costi. Finisce così l’alternativa al petrolio?

Tempi duri per le energie alternative, e in particolari per i biocarburanti. La notizia di questi giorni è che la produzione mondiale è in crisi. Il motivo? Troppo successo. Sembra un paradosso, ma purtroppo – sì, secondo noi i biocarburanti potevano veramente rivoluzionare il settore dei carburanti – le cose stanno proprio così. I carburanti bio sono stati subito adottati con grande entusiasmo dal settore agricolo. Complice le opportunità che s’intravedevano, il settore ha lentamente riconvertito parte della produzione proprio per soddisfare la richiesta del mercato dei biocarburanti. Intere coltivazioni sono state dunque riconvertite per produrre la materia prima di turno, sia essa la canna da zucchero o il mais.

Questa riconversione delle commodity, da cui, ricordiamo, prima di ottenere il carburante vengono sottoposte a lunghi stadi di lavorazione, ora è diventate troppo costosa. Il mercato ha subito provato a riassestarsi, aumentando i prezzi. Ma la domanda,  ancora poco matura per sostenere gli aumenti che si sono visti necessari, ha causato il calo della produzione, che è passata da 1.822 a 1.819 milioni di barili di biocarburante al giorno.

Secondo l’economista Jeremy Woods, raggiunto da AdnKronos, “Quando il petrolio supera la soglia di 70 dollari al barile,  ed oggi il petrolio del mare del Nord viaggia intorno ai 113 dollari, i biocarburanti e quelli estratti da fonti alternative, come sabbie e scisti, diventano competitivi”.

La situazione, quindi, è dobbiamente preoccupante, non solo per una ragione strettamente ambientale ed ecologica, ma anche di competizione di mercato. Meno alternative ci sono, più c’è il rischio che si costituiscano cartelli o che si assista a rialzi generalizzati dei prezzi. E’ il capitalismo di relazione, il crony capitalism.


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